martedì 31 gennaio 2017

Il Gigante e la Bambina



Il primo sguardo, non fu che il principio della fine. Occhi negli occhi, ed io non sarei più stato vivo. I miei trent'anni come dura pietra, si sgretolarono all'istante, di fronte a tanta immensità. Mi scoprii fragile e smarrito dinanzi al lungo cammino che mi aspettava, la tua mano nella mia, i tuoi passi dietro ai miei. Ammutolito da tanta impotenza, tu. Tu che hai cancellato le mie certezze come un onda sulla spiaggia, quelle scritte con l'orgoglio di chi, come me, si credeva un uomo. Ma cos'è poi un uomo, se non perde almeno una volta nella vita le sue tracce nel mondo, per regalarle a un figlio? E tu che sei nata femmina, un giorno sarai donna. Ed io patirò le pene dell'inferno più buio e più profondo, nel saperti così piccola e di già più grande di me. Alzi gli occhi mentre sei fra le mie braccia, io il Gigante, tu la bambina. E non sai, tu non sai, quanto la realtà sia tragicamente opposta al tuo pensiero. Non conosci le mie paure, non percepisci i miei tremori, non vedi la mia pena. Ti domanderai infinite volte, perché. Perché io sia così duro con te, impenetrabile, esigente, incapace. Ed io mi lascerò odiare figlia mia. Affinché tu possa dire un giorno, ch'io non t'ho mai mentito. Saprò mostrarti l'amore, ma con le sue verità. Lascerò che tu viva, ma ti insegnerò le sue leggi. Avrai sempre la mia mano sulla tua, ma ti lascerò cadere. Eppure, avrò paura di fallire. Ma fino a quando ci guarderemo negli occhi, fino a quando ci ascolteremo, fino a quando ci saremo e oltre, sappi che ti amo figlia mia.

martedì 6 dicembre 2016

L'ultima chiamata

Fra i vincitori del contest narrativo di TerPress, a tema INCOMUNICABILITA', il mio ultimo e inedito racconto, "L'ultima chiamata". Grazie al curatore +Vincenzo Trama 


L'ULTIMA CHIAMATA

Saranno state all'incirca le ore sei e trenta del mattino. Me ne stavo comodamente seduto sul terrazzo a sorseggiare il primo caffè della giornata, con il mio fedele smartphone in mano, un auricolare nel timpano e l'altro penzoloni sul collo. Nulla di nuovo per me, che amavo salutare le mie nuove albe più o meno sistematicamente. Ma quella mattina, la batteria del mio cellulare segnalava un imminente spegnimento a causa della batteria agli sgoccioli, che la precedente serata a base di ore piccole sul letto in sua fedele compagnia, mi aveva visto vittima di un colpo di sonno improvviso e di una conseguente dimenticanza da parte mia nell'attaccarlo a quella macchinetta in grado di tenerlo in vita, il caricatore. Mi scappa un'imprecazione, ma con uno scatto felino degno di nota, mi avvio in casa e mi accingo a compiere il mio dovere. La seconda imprecazione di quella singolare giornata cominciata già malamente, arriva quando urto il dito mignolo del mio piede destro contro lo spigolo della gamba del tavolino in cucina, mentre la terza, si libra nell'aria quando mi accorgo di non trovare il caricatore dove sono solito lasciarlo, vale a dire sul piccolo comodino accanto al letto della mia camera. Con un piccolo sforzo di concentrazione però, afferro il pomello del cassetto sottostante e gioisco di me stesso quando lo vedo lì, bello come il sole! Decido di non perdere altro tempo, infilo la presa nella spina, attacco l'aggeggio al mio cellulare e me ne torno in cucina, sospirando al pensiero del caffè ormai freddo sul tavolo del terrazzo e armandomi di santa pazienza per prepararmene un altro, nero e bollente con una sottile crema in superficie, con la mia bella macchina per caffè. Detesto la moka, mi fa perdere tempo e poi non mi piace interrompere le mie attività, soprattutto quando sono in rete. Le mie mani, prive di quel senso di potere che si prova, quello di chi ha il mondo intero in mano, ora tremano un po', tuttavia me ne torno sul terrazzo col mio caffè e i miei pensieri, in attesa che il mio fedele compagno recuperi un minimo di energie per accompagnarmi in questo nuovo giorno della mia vita. Fu nell'istante stesso in cui mi sedetti, che mi tornò alla mente un episodio piuttosto curioso, un fatto certamente accaduto qualche tempo prima, ma del quale non avrei saputo proprio rammentare il periodo esatto in cui era successo. Non che avesse molta importanza comunque, però nel tornarmi alla mente, il mio intero corpo aveva cominciato a sudare ed il tremore ad aumentare pericolosamente, fino a percepire il principio di un formicolio via via più diffuso dalla punta dei capelli a quella dei piedi. Anche la testa prese a girare e a quel punto, me la presi per le mani nel disperato tentativo di fermare il vortice che mi stava risucchiando. Bizzarro però, ma in quel momento di assoluto malessere, il mio unico pensiero era per il mio compagno. Ad ogni buon conto, alla fine, seppur con una lentezza esasperante, avvertii la testa e il corpo rallentare la loro corsa. Quando fui sufficientemente certo di aver riacquistato almeno una parte della padronanza di me stesso, mi decisi ad aprire nuovamente gli occhi. E, incredibile ma vero, mi trovavo esattamente nel luogo e nel fatto che mi era tornato alla mente solo poco tempo prima, sul terrazzo. Riconoscevo le vie del centro della mia Milano e il quotidiano caos del traffico di automobili e di persone che in pieno mattino, si muovevano qua e là, ognuno verso la propria destinazione. Mi vidi fermo ad un semaforo, aspettando il via che una luce verde mi avrebbe dato di li a poco, per attraversare la strada. Testa e occhi guardavano in basso e quasi mi invidiai in quella visione di me, completamente appartata dal resto del mondo, ma con quello stesso mondo, in mano. Il mio compagno...
Improvvisamente, la mia attenzione fu catturata dalle grida stridule di una donna che sembrava guardare e agitarsi, proprio nella mia direzione, intimandomi di fermarmi. Davanti ai miei occhi e ai meandri della mia memoria intanto, cominciarono a fluire i ricordi degli anni passati.
All'epoca del fatto che vi vado narrando, di anni ne avevo una quarantina, almeno quindici degli ultimi, spesi sui vari siti d'intrattenimento e sui social del momento. Rammentando foto di ogni sorta, dal cibo agli oggetti più assurdi, dai selfie agli status istantanei e altre cose simili, rammentai anche gli innumerevoli inviti degli amici, magari per un caffè o un ristorante da me rifiutati, i libri comprati e mai sfogliati, le chiacchiere o le domande a cui non avevo mai risposto. E mentre un velo di tangibile tristezza si andava impadronendo della mia anima, spostai di nuovo lo sguardo su quel me, preso dal suo fedele compagno, dimentico del resto del mondo, che credevo erroneamente di tenere in pugno. E mi vidi. Sdraiato sull'asfalto freddo di Milano, senza vita, e quel compagno ancora in mano.

Autrice di questo racconto, Vanessa Sulpizi.

giovedì 17 novembre 2016

L'eterno ricordo


Se n'era accorta. Eccome se aveva notato la donna che la stava fissando da ore fingendo malamente di guardare oltre il vetro del finestrino accanto al quale era seduta, sul treno. Un viaggio che l'avrebbe portata lontana da tutto, fuorché dagli sguardi dei pendolari, evidentemente.
Aveva cercato di ignorarla, di credere che quella donna fosse solo morbosamente attratta da un particolare che la riguardasse, ma dopo un tempo che cominciò a sembrarle decisamente eccessivo, dovette rendersi conto che c'era dell'altro dietro.
 Ma cosa?
La tentazione di ricambiare quegli occhi che la invadevano fin nell'intimo era forte e nonostante ci fossero posti liberi a sufficienza per dare quanto meno un taglio netto a quella snervante e disturbante situazione, lei non lo fece. Restò lì ferma al suo posto, lasciandosi cullare dal dondolio instabile e dal rumore delle rotaie, spostando la coda dell'occhio dai frammenti del panorama esterno che si trasformava velocemente ad ogni sguardo, a quella donna, la quale invece non mutava di una fibra la sua muta espressione.
Le era persino sembrato di coglierne l'immobilità, come se l'intera sua figura non fosse stata altro che il frutto della sua immaginazione. Cominciò allora a rasserenarsi attraverso la falsa convinzione di essersi fatta semplicemente suggestionare dall'insensata paura che quegli occhi le scatenavano dentro e più il tempo passava, più lei se ne andava convincendo. Tanto che cominciò a smettere di spostare il suo sguardo dalla donna al panorama e viceversa.
Aveva passato la notte precedente a pensare, ripensare, organizzare e progettare quel viaggio nei minimi dettagli, dimenticandosi completamente di dedicare almeno un paio d'ore al riposo e adesso la stanchezza cominciava a farsi sentire. Tuttavia, c'era ancora qualcosa ad impedirle di lasciarsi andare al sonno.
Erano veramente quegli occhi puntati su di lei? O forse si trattava dell'ultimo barlume di una maledetta coscienza che riaffiorava nella sua mente solo per il piacere di restare in superficie, affinché a quella, lei non potesse sfuggire?
Un rivolo di sudore le scese lungo la tempia, totalmente incoerente con il clima gelido dell'inverno. Si strinse nel vecchio cappotto serrando con forza le braccia attorno alla vita, ma i tremori non cessarono ed erano accompagnati dall'ansia che lentamente si impadroniva di un frammento del suo cervello, rosicchiando come un tarlo velenoso il punto dolente in cui quel frammento custodiva gelosamente il suo segreto.
C'era solo un modo per dominarlo, distrarsi. Ma non avrebbe potuto farlo restando intrappolata nei meandri dei suoi pensieri. Era necessario compiere un'azione, una qualsiasi, purché uscisse immediatamente dalla sua testa.
Ma testa, braccia e gambe non rispondevano a quel dannato bisogno e a quel punto, l'ansia prese a salire vertiginosamente, fino a fermare di un battito il suo cuore.
Fu solo quando percepì la sua testa girare e quel vortice di immagini avvolgerla nelle sue spire, che un'idea le attraversò la mente e lei vi si aggrappò in un ultimo, disperato tentativo di salvezza.
Era quasi certa, che se avesse incrociato gli occhi della donna che da ore la stava fissando, vi avrebbe potuto tranquillamente restare ancorata, bloccando in un istante la spirale di terrore in cui stava precipitando. Compì uno sforzo immane, ma riuscì a volgere lo sguardo verso la donna.
Ci vollero una manciata di secondi prima che riuscisse a mettere a fuoco ciò che la vista stava per offrirle, ma quel tentativo sortiva l'effetto desiderato, ancora pochi istanti e l'avrebbe agganciata.
Nello stesso momento in cui lei stava per portare a termine la sua missione, accadde qualcosa che non aveva previsto.
L'atmosfera si alleggerì improvvisamente e ogni cosa, persona e oggetto intorno a lei fluttuò lieve nell'aria, nella quale cominciò a librarsi una soave melodia.
Avvertì un senso di libertà mai provata prima e per assurdo, le sembrò di aver completamente scordato cosa avrebbe dovuto fare.
Si accorse inoltre di aver riacquistato una completa padronanza del corpo, grazie alla quale ora vedeva le sue mani staccarsi dalla vita, le gambe muoversi cercando una posizione più comoda sul sedile, la testa voltarsi in ogni direzione, per godere pienamente di tutto ciò che le si parava davanti. Udiva le voci soffuse degli altri passeggeri, leggermente adombrate dalla melodia che si diffondeva sempre più nell'aria e riuscì a distinguere quasi perfettamente il pianto di un bambino consolato dai baci e dalle carezze della sua mamma. Qualcuno sembrava parlare al cellulare, lamentandosi di una noiosa riunione di lavoro alla quale avrebbe dovuto partecipare, qualcun altro russava rumorosamente biascicando parole incomprensibili nel sonno, una coppia stava battibeccando su assurdi sospetti di probabili tradimenti, non si capiva bene se dell'uno o dell'altra.
Un forte odore, molto simile a quello di una stanza rimasta chiusa troppo a lungo, le saliva su per le narici e uno strano sapore di ruggine dolciastra le si insinuò in bocca.
Cos'era che stava scordando?
Ah si... Quella donna! Cercava i suoi occhi, questo era il suo compito.
Si volse allora in sua direzione, ma senza più in lei né paura né inquietudine, solo un pizzico di curioso stupore al ricordo di quello che fino a qualche momento prima, quegli occhi le avevano procurato. Accennando un sorriso, terminò la rotazione del suo capo. Tutto ciò che vide poi, fu la risposta ai suoi perché.
Riconobbe perfettamente quello sguardo. La durezza, l'impenetrabilità, l'indecifrabilità dell'intento. Riconobbe ogni dettaglio del volto e del corpo. Gli abiti, le movenze e persino quel rivolo di sangue che ora colava dalla tempia e scendeva fino alla bocca.
Alle sue spalle, si svolgevano una serie di fotogrammi in sequenza costante e ravvicinata, i quali mostravano chiaramente la sagoma di un uomo che, in piedi accanto ad una donna seduta su un treno, intenta a guardare fuori dal finestrino, impugnava una pistola.
l'uomo, il volto coperto da un cappuccio e il viso oscurato dall'ombra, aveva premuto il grilletto e la donna, un istante dopo lo sparo, giaceva priva di vita, la testa abbandonata sul vetro.
Lei riconobbe tutto ciò a cui aveva appena assistito, perché di altro non si trattava, che dell'eterno ricordo degli ultimi istanti della sua vita.



mercoledì 2 novembre 2016

Piazza Fontana - Un libro di Patrice Avella

Piazza Fontana è parte di una trilogia, "Caffè Sangue". La penna è quella di Patrice Avella, che sul tragico evento della strage di Piazza Fontana a Milano avvenuta il 12 Dicembre del 1969, ha scritto un romanzo, dando un immenso contributo alla letteratura italiana attraverso la sua personale interpretazione. Lo stile segue uno stampo letterario-cinematografico intenso. Un'opera curata nei minimi dettagli, una storia che vi coinvolgerà e vi offrirà svariati spunti di riflessione.

PIAZZA FONTANA (Caffè Sangue - Volume 1) Edizioni IL FOGLIO di Gordiano Lupi, Autore Patrice Avella.

www.ilfoglioletterario.it

mercoledì 19 ottobre 2016

Il Miserabile



Era mai stato un uomo? Se lo chiedeva ancora giovane, costretto a specchiarsi l'anima negli occhi di quella donna. Ridotto a un cadavere di carne fresca martoriata dal continuo onanismo del corpo e del cervello, nel fetore stantio di quella sua stanza chiusa, stipata di sola apparente cultura, tomi dal sentore di vaghe e incerte speranze mai davvero concimate. Egli non era altro che un pusillanime, un miserabile cantastorie senza arte né parte. Gli occhi della donna che ora si ergeva solenne dinanzi a quella misera figura, avevano conosciuto il cieco abbaglio del sentimento, ma cedevano ora il posto ad una squallida realtà. Tuttavia ne sorrideva, non di certo divertita ma sollevata. E mentre lei si voltava andando incontro alla salvezza, il miserabile lì restava. A portare avanti la sua opera di distruzione nell'incosciente convinzione di appartenere al mondo dei vivi, mentre non era che un essere vestito solo di un senso di non appartenenza al mondo, come ad alcuno. Il rabbioso e stizzito miserabile dunque, riprendeva lo strisciante cammino verso il suo inferno, ove bramava condurre con sé la prossima già designata vittima...

giovedì 6 ottobre 2016

Lettera


Ai miei figli insegno che si deve giocare, sempre. Con tutto. Tranne che con le persone. O quando si ritroveranno loro un giorno, perché succederà, ad essere oggetto di gioco per qualcuno, non saranno in grado di sopportarlo. Perché alcuni figli sono infinitamente più fragili di altri. Ma tutti, indistintamente, sono sempre lo specchio dei loro genitori. Come mamma non mi colpevolizzo né mi assolvo, ma sono felice di non leggere nei loro occhi e nei loro gesti, quella cattiveria comune ad almeno due categorie di persone. I rabbiosi, eterni insoddisfatti. O gli arrabbiati, coloro che hanno fatto della sofferenza subita, un muro invalicabile, anche contro chi, ha sempre teso loro la mano. Ai miei figli insegno, che è inutile ripagare gli altri con la loro stessa moneta, perché in alcune solitudini, nonostante tutto, si costruiscono le basi del proprio essere. Ai miei figli insegno sempre, che il sorriso migliore nasce dal più profondo dolore, dopo che lo si è attraversato. Ed infine, ai miei figli spero sempre di riuscire ad insegnare, il rispetto per se stessi e per gli altri. A chiedere scusa, a non ostinarsi ad entrare o a restare in certe vite. Perché ognuno ha il proprio cuore, buono o cattivo che sia, ed è meglio che non sia violato. Ai miei figli oggi dico, non illudetevi mai di essere liberi. Perché la libertà è qualcosa di bizzarro, e non può mai cominciare dove finisce quella dell'altro. Imparerete presto che le malattie peggiori sono quelle dello spirito, non del corpo. E mentre inizialmente ne resterete increduli, mentre andrete avanti lottando per ogni piccola conquista, alcuni si prenderanno gioco di voi, ma voi insegnerete loro, come si gioca.